Palestina. Foto per raccontare la resistenza popolare

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Palestina. Foto per raccontare la resistenza popolare

di Federica Greca

Resistenza popolare e sfruttamento della manodopera palestinese: questi i temi al centro della mostra di Eleonora Gatto conclusasi la scorsa domenica al Polaresco di Bergamo.

Divisa in due sezioni, l’esposizione è il frutto di diversi viaggi compiuti dall’attivista e fotografa in Palestina negli ultimi quattro anni. La prima serie di scatti, intitolata “Checkpoint 300”, ritrae le lunghe file di palestinesi in procinto di attraversare lo spaventoso checkpoint di Betlemme per recarsi a lavorare in Israele.

Mentre il sole sorge, i volti dei lavoratori, sfiniti dalla lunga attesa, fanno capolino tra le sbarre di ferro ai piedi del Muro. Metal detector, tornelli, perquisizioni e umiliazioni li attendono nell’enorme container a pochi passi.

“Questi scatti risalgono al 2011- commenta Eleonora -, ma da allora nulla è cambiato. L’economia palestinese, alla quale vengono sottratte risorse vitali, continua a dipendere completamente da Israele, così come definitivamente sancito dal Protocollo di Parigi del 1994. La Cisgiordania non cessa dunque di essere un bacino di manodopera da sfruttare e sottopagare”.

Attualmente, per decine di migliaia di palestinesi lavorare in Israele resta l’unica opzione per guadagnare uno stipendio, che è spesso superiore alla media delle retribuzioni in Cisgiordania, ma è ottenuto in condizioni di precarietà e sfruttamento.

“Per attraversare il Muro i lavoratori devono essere in possesso di un permesso, il quale viene rilasciato dall’Amministrazione Civile e rinnovato periodicamente – spiega Eleonora -. Non mancano forme di ricatto: la lotta per i propri diritti di lavoratori o la partecipazione ad attività politiche da parte dei lavoratori o dei loro familiari ne pregiudicano l’ottenimento”.

Dei circa 80.000 palestinesi che lavorano in Israele e nelle colonie, poco più di 47.000 sarebbero in possesso del documento, non solo per via delle lunghe e selettive procedure, ma anche perché Israele fissa una quota di lavoro basata sulle proprie necessità. Le altre migliaia di palestinesi attraversano dunque illegalmente il Muro rischiando l’arresto, il ferimento o la morte e venendo dunque doppiamente sfruttati da chi li fa lavorare.

La seconda serie di scatti ci porta più a nord, nel villaggio di Nabi Saleh, dove Eleonora ha trascorso i primi sei mesi dello scorso anno come volontaria di un progetto dell’Ong Servizio Civile Internazionale (SCI) a sostegno dei Comitati di Resistenza Popolare *.

“L’ho intitolata Sumud, che in arabo significa determinatezza, fermezza, saldezza, ed è un termine che indica la capacità dei palestinesi di resistere”, spiega la fotografa.

Situato a pochi chilometri da Ramallah, Nabi Saleh si oppone all’espansione della vicina colonia di Halamish che, sin dalla sua fondazione nel 1977, ha sottratto terre e risorse idriche al villaggio. Dal 2009 i suoi cinquecento abitanti manifestano ogni venerdì insieme ad attivisti israeliani e internazionali verso una delle sorgenti sottratte dai coloni. Insieme ad altri villaggi della Cisgiordania, come Bil’in, Nil’in, al – Ma’sara e Kufr Qaddoum, Nabi Saleh ha scelto la via della lotta popolare e nonviolenta ispirandosi alla Prima Intifada.

“La scelta nonviolenta risiede principalmente in motivazioni strategiche – spiega Eleonora -. Anche il lancio del sasso, che di certo non rappresenta un pericolo per uno degli eserciti più sofisticati e potenti del mondo e non è lanciato con l’intenzione di uccidere, rientra nella dialettica di resistenza popolare e rappresenta un tentativo di difesa e di reazione allo stato d’oppressione a cui si è sottoposti. Il suo lancio porta con sé un messaggio: andatevene dalla nostra terra”.

Le immagini di Eleonora ci mostrano il corteo che, con striscioni e bandiere, attraversa il villaggio verso la fonte. In prima fila anche donne e bambini.

“La forza della lotta popolare nonviolenta è il suo carattere orizzontale e inclusivo- prosegue Eleonora – e una peculiarità di questo villaggio è proprio il ruolo delle donne. Sono temerarie, politicamente consapevoli. Guidano le manifestazioni del venerdì e si interpongono ai soldati pur di proteggere la comunità, sfidando così le costruzioni di genere che le vogliono passive. Sanno bene che la liberazione della loro Terra non può avvenire se non partecipano anche le donne in questo processo”.

Altri scatti mostrano fitte nubi di gas lacrimogeni e soldati pesantemente armati. La repressione delle manifestazioni è infatti molto forte e non si limita al venerdì: i raid nel villaggio sono molto frequenti e spesso avvengono nel cuore della notte.

Negli ultimi anni l’uso della violenza da parte di Israele è aumentato drasticamente come documentano organizzazioni internazionali quali Amnesty International che nel report Trigger-happy denuncia l’eccessiva brutalità e le punizioni collettive perpetrate sotto forma di arresti indiscriminati, assedi e limitazioni alla mobilità.

Le armi utilizzate dalle forze di occupazione, tra le quali proiettili veri e di gomma, bombe sonore e skunk water, hanno già ucciso due giovani del villaggio: nel 2011 Mustafa Tamimi è stato colpito al volto da un lacrimogeno sparato da distanza ravvicinata; tre anni dopo Rushdi Tamimi è stato colpito da un proiettile ed è morto dopo due giorni d’agonia. I due omicidi restano impuniti.

E in questi mesi se ne sono aggiunti a decine. Diversi palestinesi sono stati uccisi nella repressione delle manifestazioni in solidarietà a Gaza, mentre oggi, all’indomani dell’attacco, si è tornati alla normalità dell’occupazione.

Il 31 agosto scorso il governo israeliano ha dato il via libera alla confisca di oltre 400 ettari per l’espansione dell’outpost di Gvaot situato nell’area di Gush Etzion, mentre pochi giorni dopo ha pubblicato una gara di appalto per la costruzione di 283 nuove unità abitative nella colonia di Elkana, nella Cisgiordania nord-occidentale.

Le colonie si espandono e nel frattempo non cessano le demolizioni di strutture e abitazioni palestinesi principalmente nell’area di Gerusalemme Est e delle colline a sud di Hebron.

link: http://www.osservatorioiraq.it/approfondimenti/palestina-foto-raccontare-la-resistenza-popolare

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