Al-Qosh, a 10 km da Daesh

Foto che hanno accompagnato l’articolo di Giacomo Cuscuna’ (https://canedariporto.wordpress.com/) pubblicato sul HuffPost Italia, qui di seguito:

Al-Qosh, la vita con ISIS alle porte

Il villaggio di al-Qosh, con oltre 3000 anni di storia alle spalle, si sviluppa su una collina. Le case, in pietra color ocra, salgono gradualmente sul crinale. Una croce alta dodici metri illumina la notte, segnando l’orizzonte. Iwan, giovane Peshmerga di 22 anni sale agevolmente lungo il sentiero, indicando la direzione di Bakufa, dove i miliziani di Daesh sono trincerati da un anno e mezzo, di fronte alle linee dei suoi commilitoni. Una striscia di puntini arancioni segna le posizioni delle forze curde e l’inizio del califfato: al-Qosh e’ l’ultimo villaggio Cristiano abitato prima della linea del fronte.

In una casa del centro si festeggia il primo compleanno di Kinan. Il soggiorno addobbato a festa, con luci e palloncini, e’ pieno di persone. Le lampadine di Natale appese ai muri disegnano onde di luce e incorniciano la scena, a meta’ tra il kitch e il barocco.

Mentre Kinan spegne la prima candelina, con l’aiuto del padre e della madre, Daesh e’posizionato  a 15 chilometri. Le linee dei Peshmerga che li frenano sono poco piu’ a sud di Teleskor, un villaggio fantasma dove ormai si avvenurano solamente cani randagi.

Quando Daesh e’ arrivato alle porte della cittadina, nell’agosto 2014, Kinaan era ancora nel grembo di sua madre. In quei giorni la cittadinanza di tutti i villaggi dell’area era in fuga: l’avanzata diei miliziani di al-Baghdadi aveva colto tutti di sorpresa e interi abitati erano caduti sotto il loro controllo in poche ore.

“Ad al-Qosh non sono mai arrivati” racconta Padre Jibra’il Kurkis Tuma, monaco caldeo e priore del monastero della Nostra Signora. “Siamo scappati all’improvviso, di notte, con la paura che il paese, il monastero e tutti gli oggetti e i libri che ricordano la nostra identita’ di cristiani iracheni venissero distrutti” prosegue bevendo un te’ nel chiostro del monastero, all’ombra di un olivo di 150 anni.

“Solamente la mattina seguente sono riuscito a ritornare e mettere in salvo i manostcritti antichi che conserviamo nella biblioteca, nascondendoli in un luogo sicuro”.

Quando Kinan e’ venuto al mondo, il 19 Febbraio 2015, la crisi umanitaria e la paura per la possibilita’ di un’avanzata degli uomini dello Stato Islamico, colpivano duramente la comunita’ della piana di Ninive: interi villaggi in fuga, alla ricerca di un riparo; uomini armati e senza pieta’ pronti ad invadere l’intera regione. A dover scappare anche una quindicina di bambini e adolescenti ospitati nell’orfanotrofio del monastero di Padre Jibrail. Un anno dopo, anche loro si trovano a danzare, nel soggiorno illuminato dalle luci, in onore di Kinan: una serata di festa per rompere la monotonia, nonostante il conflitto coninui ad essere dietro l’angolo.

Anche Khalida vive ad al-Qosh. Nel soggiorno un rosario e la foto del nipote di cinque anni, sono appesi sopra un divano scuro. Lei, claudicante esce dalla cucina con tra le mani un computer portatile: al di la’ dello schermo alcuni parenti che al momento vivono a Baghdad in collegamento via Skype. “A volte vado a trovarli, ma il viaggio in macchina e’ molto lungo e costoso” spiega. L’Iraq e’ ormai da decenni un luogo inospitale per alcune comunita’ religiose: “se avessi abbastanza soldi scapperei anche io” confessa Khalida, pensando ai numerosi membri della sua famiglia che ora vivono in Germania, Australia e in altri Paesi, lontani dalla paura. Mentre Khalida racconta, il rombo dei bombardieri della coalizione internazionale che passano sopra al-Qosh per colpire Daesh. Il suono delle esplosioni portato dal vento, a tratti rompe il silezio.

“Noi siamo come un albero” riflette ad alta voce Padre Jibrail, poco prima di celebrare la via crucis nella chiesa del monastero: “Daesh vuole farci morire, tagliando la chioma. Allo stesso modo, se tutti noi cristiani iracheni scappassimo, perderemmo la nostra identita’, saremmo un albero trapiantato in una terra non sua, che si seccherebbe”. “Siamo un gregge di pecore, abbandonate al loro destino, nel mezzo di un branco di lupi” conclude sconsolato, ma non arreso, ne’ vinto, il sacerdote, che giornalmente porta avanti la sua personale lotta per la sopravvivenza.

Il conflitto che dal 2014 ha riportato l’Iraq nel caos, dopo l’arrivo dei miliziani dello Stato Islamico e la conquista da parte dei suoi uomini di estese porzioni del Paese, ha esasperato la gia’ stanca popolazione. Le comunita’ che sono maggiormente nel mirino degli estremisti, quelle cristiane e ezide sono solamente un esempio, hanno subito violenze terribili, come hanno riportato numerosi report elaborati da agenzie e organizzazioni internazionali.

Il pensiero che l’Islam sia un cancro da estirpare, perche’ portatore di odio e fonte di guerra, non e’ raro. La convinzione che sia la regione islamica in se stessa la causa del conflitto si sta via via radicando in alcuni settori della popolazione.

Molte volte le religioni sono piegate da leader che diffondono odio. Tradiscono la fede di cui si fanno scudo e si trasformano in qualcosa di mostruoso colpendo e danneggiando tutti: le minoranze che vengono considerate inferiori e per questo da cancellare, e le persone che a queste ideologie vengono erroneamente associate, per il semplice motivo di confessare la stessa religione.

La stanchezza e la paura offuscano la lente attraverso la quale si interpreta il mondo. Per secoli l’Iraq e il medio oriente sono stati la culla e lo scrigno di alcune delle religioni piu’ antiche. A dimostrarlo le rovine della Sinangoga del VII secolo avanti Cristo, che sono visibili nel centro di al-Qosh, a pochi metri dalla cattedrale copta. “La comunita’ ebraica che da sempre viveva assieme a noi qui nel villaggio, ha abbandonato l’Iraq nel 1950, dopo una dura campagna che l’ha colpita duramente” racconta Padre Ghazwan parroco della cittadina. “Ma ancora oggi questo luogo e’ meta di pellegrinaggio, per quei fedeli che vogliono visitare la tomba del profeta Naum, che e’ custodita qui” prosegue.

Nonostante le mura della sinagoga siano parzialmente crollate e il filo spinato ne segni il perimetro, al suo interno alcune candele lasciano capire come questo sia effettivamente ancora un luogo sacro e rispettato.

http://www.huffingtonpost.it/martina-pignatti-morano/cronache-da-al-qosh-il-villaggio-cristiano-sul-fronte-con-daesh_b_9354020.html?utm_hp_ref=italy

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