Festa, lasciaci in pace di Nusrat Abo-Evan (IT-ENG)

Come tradizione, il 19 dicembre, gli Ezidi hanno celebrato il venerdì del Lint dopo tre giorni di digiuno.

Tuttavia quest’anno l’atmosfera non era gioiosa come gli anni scorsi. Alla mia domanda a Nusrat su come avesse trascorso il venerdi’ di festa, è seguito un silenzio assordante a cui, al momento, non avevo dato molta importanza. Anzi, avevo interpretato come riservatezza.

In realtà, era segno di un dolore molto più profondo dovuto al fatto che quest’anno non vi era l’umore né le condizioni per poter festeggiare. Gli Ezidi in seguito all’avanzata di Daesh si trovano sfollati, dispersi per il Kurdistan, i loro santuari son stati distrutti e i loro luoghi sacri non sono accessibili. La Terra – per loro una componente spirituale fondamentale – soffre dall’oppressione di Daesh e molte donne Ezide son state rapite, stuprate e spesso uccise.

Come festeggiare? E’ questa la domanda che Nusrat – un ragazzo che lavora come orientation worker per il progetto di Mass communication ad Erbil – ci pone, come un mantra.

Lascio a lui la parola in questa lettera aperta mi ha consegnato:

Festa, lasciaci in pace di Nusrat Abo-Evan

Il digiuno si tiene nella terza settimana di dicembre, e dura tre giorni: martedì, mercoledì, giovedì. Il venerdì si festeggia. Una festa che si tiene ogni anno da centinaia di anni e alla quale gli ezidi partecipano in ogni villaggio e in ogni casa con estrema gioia. La felicità é tale che illumina loro il volto. Quegli stessi volti portatori di pace e generosità.

Fin dal mattino presto si suona musica tradizionale seguita da botti che annunciano l’inizio della celebrazione. E appena prima del tramonto si visitano le tombe dei propri cari; le famiglie che hanno perso un proprio caro più di un anno fa si raccolgono nel tempio per ricevere le condoglianze dagli abitanti del villaggio. Al termine di questo rito iniziano le celebrazioni. I bambini in festa si notano per i loro vestiti colorati e le mani piene di caramelle.

Ma quest’anno non vi è nulla da festeggiare. La tristezza e l’oscurità traspare dai volti degli anziani così come dei giovani, degli uomini così come delle donne. Vi sono migliaia di ezidi rapiti da Daesh. Sono i nemici della luce, sono pipistrelli appartenenti all’oscurità che – il 3 agosto 2014 – hanno invaso i nostri villaggi.

Occupandoli, Daesh ha commesso crimini inimmaginabili, vergognosi.

Si tratta di un vero e proprio genocidio in corso: hanno massacrato e ucciso innocenti a sangue freddo. Migliaia di ragazze ezide sono state stuprate e portate all’estero per essere vendute come schiave.

Centinaia di bambini sono morti per sete e fame sulle montagne del Sinjar, scappando dall’oppressione dei criminali. In migliaia hanno dovuto abbandonare le proprie case in seguito al saccheggio, depredazione e distruzione dovuti all’avanzata di Daesh.

Ora c’è qualcosa che si è rotto nelle relazioni tra le persone; le relazioni non esistono più. Il fratello non può più incontrare un fratello, l’amico non può più incontrare un amico. I figli ezidi son dispersi per il Kurdistan e vivono in scuole, sotto i ponti, e in tende. Come si può festeggiare?

Persino i tempi e i cimiteri non sono liberi dal male; hanno distrutto i nostri santuari. Come si può festeggiare?

Molti nei campi tremano dal freddo, si addormentano affamati e le loro lacrime scorrono sulle guance coperte di polvere. Come si può festeggiare quando ci sono madri che aspettano, dalla mattina alla sera, che le loro figlie rapite ritornino? Come si può festeggiare?

Gli ezidi – per quest’anno – hanno poco da celebrare, e gli auguri si son trasformati in condoglianze e in parole di consolazione. Non si festeggerà fino al ritorno delle donne rapite.

Non si festeggerà finchè ogni nostra città sacra verrà liberata, finchè gli sfollati non torneranno a casa. Non si può festeggiare finchè ci sentiamo minacciati nella nostra madre terra.

Oh festa…non venire a bussare alle nostre porte perchè nessuno risponderà! Lasciaci in pace a meno che non torni con la promessa di liberazione, goia e di una vita sicura. Lasciaci in pace, festa, lasciaci in pace”.

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On 19th December, Ezidis have celebrated the Friday of Lint after fasting three days.

However this year the joy was replaces with sadness. When I first asked Nusrat about the celebrations in his village, he didn’t answer. I exchanged his silence for reservedness. Instead it was an indication of a deep pain as this year it wasn’t possible to celebrate because the mood and the conditions were missing. Ezidis – following Daesh’s advance – found themselves displaced and spread all over Kurdistan, their sanctuaries have been destroyed and their holy places aren’t accessible. Mother Earth – an essential element in the Ezidi religion – suffer from Daesh’s oppression and many Ezidi women have been kidnapped, raped and sold as slaves.

How can it be possible to celebrate? This is the question that Nusrat – a young men working the Mass communication project as orientation worker – poses as a mantra to the reader.

I’ll leave space to his words now, written to me in a letter:

Festivity, leave us alone by Nusrat Abo-Evan

Ezidi fasting occurs in the third week of December and lasts three days: on Tuesday, Wednesday and Thursday. On Friday we celebrate. A festivity which takes place every year since hundred of years and to which the Ezidi participate in every village, in every house with extreme joy. Happiness used to light up their faces, those same faces bearers of peace and kindness.

Since the early morning, traditional ezidi music is played followed by gunfires which mark the start of the celebration. Just before sunset people visit their dears’ graveyards; families who have lost a beloved one since a year gather in the temple to receive the villagers’ condolences. At the end of this ritual, the celebrations begin. The festive spirit is evident from the children’s clothes and from their hands and pockets filled with sweets.

But, this year there is nothing to celebrate. Sadness and gloominess is visible on the elders’ faces, on the youngest, as well as on the men’s and on women. There are thousand of young ezidi women kidnapped by Daesh. They are the enemies of light, bats belonging to the dark who – on the 3rd of August – invaded our villages.

By occupying them, Daesh committed unspeakable shameful crimes.

They are carrying out a genocide: they slaughtered innocents killed in cold blood. Thousand of young ezidi girls have been raped, brought abroad and sold to the slave market.

Hundred of children died from thirst and hunger on Sinjar mountains while escaping from the criminals’ oppression. Thousand had to abandon their homes following the looting, depredation and burning of their houses.

Now something broke in the relations between people, relationships no longer exist. A brother can no longer meet a brother, a friend can no longer meet a friend. Ezidi’s sons are dispersed throughout Kurdistan living in schools, under the bridges and in tents. How can we celebrate?

Even the shrines and the graveyards have not been saved from the evil; they destroyed all our sanctuaries. How can we celebrate?

Many shiver in the camps, fall asleep still hungry and their tears run on their dusty cheeks. How can we celebrate when there are mothers waiting – day and night – for their kidnapped daughters to return. How can we celebrate?

Ezidis – for this year – have little to celebrate, wishes turned into condolences and words of consolation. We won’t celebrate until the return of the kidnapped girls.

We won’t celebrate until every sacred city of ours won’t be freed, until the IDPs won’t return home. We can’t celebrate until we feel threatened on our mother land.

Oh festivity…don’t come knocking on our door because no one will answer you! Leave us alone unless you don’t return with the promise of liberation, joy and a secure life. Leave us alone, festivity, just leave us alone.

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