New media guerrilla – il ruolo dei new media nella resistenza palestinese

una piccola prefazione:

In questi giorni pur tentando di seguire il meno possibile i mainstream media, inevitabilmente mi son arrivate notizie distorte di ciò che stava avvenendo in Cisgiordania e a Gaza.

E’ evidente che i fatti vengano volutamente storpiati da giornalisti senza coscienza e vi son stati giorni in cui lo sgomento ha preso il sopravvento.
Spesso mi sono chiesta che senso avessero le parole scritte in questo articolo per la rivista 100 fiori di fronte alla disinformazione faziosa di questo sistema corrotto.

Invece, è proprio di fronte a tanta volgare ingiustizia che si e’ rafforzata la convinzione che…
I new media sono un potente strumento di denuncia nel contrastare la narrazione dominante sulla questione palestinese.
Bisogna documentare, bisogna scrivere, bisogna raccontare, bisogna gridare, bisognare usare tutti i mezzi a disposizione per raschiare via strati e strati di bugie sioniste.

buona lettura.

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Il 15 maggio 1948, 750 mila plestinesi furono sradicati dalla proprio terra stringendo nei pugni le chiavi di casa. Oggi, 7 milioni di rifugiati palestinesi ancora possegono quelle chiavi, passate di generazione in generazione assieme ai ricordi di villaggi rasi al suolo e al sogno di ritornare. La Nakba, letteralmente Catastrofe, del 1948 fu una pulizia etnica pianificata dal movimento sionista che non puo’ essere relegata alle pagine di un libro di storia in quanto è tutt’ora in corso.

La Nakba del 2014 avviene attraverso un sistema di piani di evacuazione forzata, demolizioni di case, omicidi impuniti e l’applicazione di un sistema legislativo razzista, tutto ciò nel silenzio più assordante.

Per tali crimini contro l’umanità Israele non è mai stato portato di fronte alla Corte Penale Internazionale e i colpevoli mai condannati; al contrario, di fronte alla comunità internazionale, è riuscito a costruirsi un’immagine di Stato democratico. La propaganda israeliana – hasbara – è stata di primaria importanza nella costruzione di quest’inganno mondiale. In collaborazione con i mass media occidentali Israele, rispetto al processo di deprivazione che va avanti da 66 anni e che ha assunto tutte le caratteristiche di una colonizzazione, ha diffuso una ‘versione ufficiale’, lontana dalla verità storica. Negli ultimi anni, budget multimiliardari sono stati stanziati dal governo israeliano pur di promuovere la propria immagine in Europa e negli Stati Uniti, soprattutto dopo gli omicidi avvenuti sulla Mavi Marmara e la spietata operazione Piombo Fuso. L’obiettivo ultimo è quello di rivendicare la legittimazione morale di Israele come Stato democratico. La creazione di miti e falsità – giocando su rappresentazione e immaginario, narrazione e ideologia – è stata sostenuta negli anni da lobby e accademici sionisti i quali hanno contribuito a diffonderne la credibilità scientifica mantenendo così il dominio sulla narrativa degli eventi.

La resistenza Palestinese ha saputo rigenerarsi assumendo diverse forme a seconda delle necessità strategiche delle fasi storiche: dalla lotta popolare nonviolenta, al BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) fino al mediattivismo. Quest’ultimo, in Palestina, è diventato uno strumento fondamentale nella costruzione di una contro-narrazione in grado di scalfire il sistema di potere dominante esponendo le falsità ed i crimini eseguiti dallo Stato sionista ed avviando ciò che è stata definita una “guerrigilia intelletuale”. Il successo di tali pratiche deriva dalla facile accessiblità ai nuovi media, che favorisce un maggior coinvolgimento della società civile nella documentazione diretta dell’occupazione israeliana senza la censura e le restrizioni dei media di regime – siano essi isareliani o occidentali. Il mediattivismo si distingue dai media tradizionali anche, e soprattutto, per la presenza e il radicamento sul territorio. Attivisti, bloggers e freelancers forniscono quotidianamente report, notizie e analisi partendo dall’interazione con i movimenti politici, gli spazi pubblici, le strade, le persone, producendo una forza in grado di mobilitare le coscienze su questioni di giustizia sociale. Non è quindi una sorpresa se molti di essi vengano considerati una fonte di informazione più attendibile e siano più seguiti delle agenzie di comunicazione. Negli ultimi anni, inoltre, grazie alle nuove generazioni anche di israeliani stanno nascendo sempre piu’ blog e siti in inglese riguardanti la questione palestinese: Eletronic Intifada, +972 Magazine… il cui cambio di vocabolario è determinante nella ricerca della verità. Si parla di occupazione, non di conflitto, di stato sionista– etnocratico e non di democrazia.

Affinchè il media diventi attivismo, bisogna anche riflettere su come e con quale messaggio politico si vuole proporre il materiale raccolto. Senza questo tipo di approccio si rischia di agire in maniera sterile, senza un reale impatto.

Gli Activestills, un collettivo di fotografi israeliani, palestinesi e internazionali, hanno ragionato molto in questo senso. Essi utilizzano le immagini per denunciare e creare consapevolezza intorno a temi di ingiustiza sociale. Pur essendo di per sè molto eplicative, le immagini sono sempre accompagnate da didascalie in cui si spiega in maniera efficace e immediata la questione. Il collettivo ha anche trovato metodi orginiali nell’esporre le proprie fotografie, spesso utilizzando gli spazi pubblici quali muri e strade. In questo modo le problematiche son state esposte a un pubblico più vasto, con più probabilità di smuovere le coscienze anche delle persone ignare.

Emad Burnat - 5 broken cameras

Molti villaggi resistenti nei Territori Occupati, appartenenti alla lotta popolare nonviolenta, hanno assunto i nuovi media come arma di difesa e denuncia contro i continui abusi da parte dell’esercito d’occupazione israeliano. Il caso di Nabi Saleh è indicativo.

Mediattivismo a Nabi Saleh

Nabi Saleh è un villaggio di 500 abitanti a pochi chilometri da Ramallah. Esso possiede un glorioso passato di resistenza fin dal mandato britannico. Dal 2009, in seguito alla confisca dell’unica sorgente d’acqua da parte dell’insediamento illegale di Halamish, prendendo come ispirazione la Prima Intifada, il villaggio ha deciso di assumere per motivi strategici le modalità della lotta popolare nonviolenta. In reazione al continuo land grabbing, alla continua violenza, al continuo non rispetto per il diritto internazionale e all’assenza di una protezione legale, Nabi Saleh da cinque anni organizza, tutti i venerdì, una manifestazione contro l’espansione dell’insediamento illegale di Halamish – sorto nella collina di fronte al villaggio – contro la confisca della sua terra e contro l’occupazione israeliana.

Vivere sotto occupazione vuol dire essere perennemente esposti a violazioni dei diritti umani e, negli ultimi anni, organizzazioni internazionali quali Amnesty International e Al-Haq hanno documentato come la repressione e la brutalità delle forze d’occupazione israreliane si sia intensificata grazie anche all’impunità e nel tentativo di intimidire il movimento.

In un territorio come quello palestinese, volutamente frammentato dalle politiche dello Stato israeliano, la rete internet ha facilitato il coordinamneto e la comunicazione tra i movimenti. A Nabi Saleh, la potenzialità dei nuovi media è stata compresa fin da subito. Fin dal 2009 si è pensato di fondare un ufficio stampa chiamato Tamimi Press, gestito dal giovane Mohammad Attalah e Bilal Tamimi. Tamimi Press utilizza i social network quali Facebook (5,690 likes), Twitter e il blog (http://nabisalehsolidarity.wordpress.com/) per difondere reports, notizie e aggiornamenti sulla lotta popolare a Nabi Saleh e, più in generale, sulla resistenza palestinese. E’ quindi una fonte di informazione alternativa nata dal basso, dalla necessità di una comunità in lotta di abbattere i muri ed i confini internazionalizzando le proprie rivendicazioni.

Bilal Tamimi, noto come l’occhio di Nabi Saleh in quanto è colui che video- documenta tutte le vicende di violenza prepetrate dalle forze d’occupazione israeliane, in cinque anni di mediattivismo ha raccolto un immenso archivio di materiale video- fotografico. Materiale utilizzato non solo per denunciare le violenze subite, ma anche come prova per poter scagionare persone arrestate o condannare soldati colpevoli di violenza eccessiva (casi più rari). Manal Tamimi, moglie di Bilal, con un Master in Diritto Internazionale e particolarmente attiva nella lotta popolare, è seguita da 1,999 followers su Twitter ed è spesso invitata a conferenze nazionali e internazionali. Una donna determinata, diretta e la cui forza è tangibile: “Io non accetto le ingiustizie e credo nei miei diritti. Nessuno ti darà mai i tuoi diritti, devi lottare per ottenerli, devi alzare la voce per ottenerli. Devi urlare!” da qui il nickname su twitter @screamingtamimi.

Per garantire la continuità dell’attività politica nel villaggio, in una prospettiva di lungo termine, nella narrazione della lotta si sono coinvolte anche le nuove generazioni. Negli ultimi mesi, con la collaborazione dei volontari SCI che hanno vissuto a Nabi Saleh per sei mesi, si è creato un collettivo di giovani donne talentuose: il Youth Media Team. La scelta di puntare sulle donne proviene dalla determinazione che hanno dimostrato nel voler essere una componente attiva nella resistenza. Conscie che la lotta per la liberazione non può prescindere anche dalla loro partecipazione, temerarie e testarde sono loro che guidano le manifestazioni del venerdì, sono loro che si interpongono ai soldati pur di proteggere la propria comunità e sono loro che sfidano le costruzioni di genere che le vogliono passive. “La Palestina non è la patria solo degli uomini, è anche la nostra. Stiamo pagando anche noi gli effetti dell’occupazione, e anche noi vogliamo lottare per la libertà della nostra Terra” afferma Rawan Tamimi. Attraverso il loro impegno come mediattiviste si scopre l’occupazione attraverso una prospettiva femminile, di donne che lottano affinchè le catene dell’oppressione vengano spezzate a tutti i livelli della società.

 

 articolo scritto per SCI Italia pubblicato sulla rivista Centofiori dello SCI.

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One thought on “New media guerrilla – il ruolo dei new media nella resistenza palestinese

  1. L’ha ribloggato su PALESTINA – FILISTINIAe ha commentato:
    “Vivere sotto occupazione vuol dire essere perennemente esposti a violazioni dei diritti umani e, negli ultimi anni, organizzazioni internazionali quali Amnesty International e Al-Haq hanno documentato come la repressione e la brutalità delle forze d’occupazione israreliane si sia intensificata grazie anche all’impunità e nel tentativo di intimidire il movimento [della resistenza palestinese ].”

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