The segregation Wall & Check point (Bethlehem)

If you get a map, any map, and you search for Palestine, you won’t find it. Nevertheless, it EXISTS a land, not too far from us, which name: Falastiin evokes acient olive trees whose roots, strong and resistant, sink in the humus that has given life to each one of us. It EXISTS in those kites that promptly, just before the sunset, hover in the sky as to remind us of that freedom that is denied to the Palestinians children. And it EXISTS in the the Apartheid Wall’s shadow, dividing whole villages, quarters and families.

The Occupied Territories are torn apart by 522 check points and roadblocks; by highways that can be used only by Israeli, while the Palestinians have to drive on secondary ravelled roads; and by a wall, the apartheid wall, which  invades for the 80% of his route the West Bank and creates ghettos.If you control the movement of people, you will control people. And if you fragment the territory, you’ll prevent the rise of an organized resistance. Furthermore, the Palestinian land is constantly threatened and subtracted by the settlements founded by the Israeli State. According to the researches dated January 2011, there are about 296, 586 settlers living in these artificial plants.

Not only there’s a territorial exploitment, but also a labour one. Inevitably the wall has damaged the economy of cities such as: Bethlehem, Ramallah, Qalqilya and many others.  Consequently the labour demand comes from Israel who uses the Occupied Territories as a storage of manpower to exploit, employing it also for the building of those settlements that are gradually stealing land to the Palestinians.

In Bethlehem, every morning around 3 a.m, Palestinian workers queue next to the apartheid wall with the only fault to want to feed their families. The odyssey they must undergo to, just to get at their workplace in time, is marked by endless waiting hours, packed and humiliated from continuous controls: of the identity card, of the work permit (without the which you’re just a prisoner behind a wall) as well as the digital fingerprint. Dehumanized, like in an assembly line, they are no longer human beings, but numbered objects.

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Se prendete una carta geografica, una qualunque, e provate a cercare la Palestina non la troverete. Eppure ESISTE una terra, neanche troppo lontana, il cui nome: Falastiin rievoca ulivi millenari le cui radici, forti e resistenti, affondano in quell’humus che ha dato vita  a noi tutti. ESISTE in quegli aquiloni che puntualmente, appena prima del tramontare del sole, si librano in cielo quasi a rimandare ad una libertà che ai bambini palestinesi è negata ed ESISTE all’ombra del Muro di Segregazioni che divide villaggi interi, quartieri e famiglie.

I Territori Occupati sono lacerati da 522 check points e posti di blocco; da superstrade il cui utilizzo è concesso solo ad Israeliani, mentre i Palestinesi si devono servire di strade secondarie spesso dissestate; e da un muro, il muro d’apartheid, che invade per l’80% del suo percorso la Cisgiordania creando dei veri e propri ghetti. Controllando gli spostamenti, si controllano le persone e frammentando il territorio s’impedisce la nascita di una resistenza organizzata tra le città.

La loro terra è costantemente minacciata e sottratta dalla costruzione d’insediamenti finanziati dallo Stato israeliano e nei quali, secondo i dati risalenti al gennaio 2011, vi risiedono all’incirca 296, 586 coloni.

Lo sfruttamento non è solo territoriale ma anche lavorativo. Il muro inevitabilmente ha danneggiato l’economia di città come: Betlemme, Ramallah, Qalqilya e tante altre. La domanda lavorativa di conseguenza proviene da Israele, il quale usa i Territori Occupati come magazzino di manodopera da sfruttare anche per la costruzione di quegli stessi insediamenti che man mano stanno avanzando togliendo terra ai Palestinesi.

A Betlemme, ogni mattina verso le tre, i lavoratori palestinesi si mettono in fila a ridosso del muro con l’unica colpa di voler sfamare la propria famiglia. L’odissea che devono affrontare per poter semplicemente arrivare in orario sul posto di lavoro è scandita da ore interminabili d’attesa, ammassati ed umiliati da controlli continui: della carta d’identità, del permesso di lavoro (senza il quale si è prigionieri dietro le mura) così come delle impronte digitali. Disumanizzati, come in una catena di montaggio, non sono più persone, ma oggetti numerati.

Emotivamente è sempre stata un’esperienza devastante per me essere una testimone inerte di quanto succedeva, sono riuscita a trovare il coraggio di documentare quest’inferno solo al mio terzo tentativo.

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2 thoughts on “The segregation Wall & Check point (Bethlehem)

    • thanks for liking so much my posts!

      as for the feeds…heeeem….
      I’m honestly not a very technological person and i confess that i don’t know what feeds are, but i’ll find out and let u know soon 😉

      Like

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