Post revolution times

In a revolution, as in a novel, the most difficult part to invent is the end.

Alexis de Tocqueville

Scontri, lacrime, lacrimogeni e proiettili di gomma a Tahrir

28 Giugno, Piazza Tahrir.
La polizia impedisce alle famiglie dei martiri di partecipare ad una celebrazione in loro onore. La situazione degenera e pesanti scontri avvengono in Piazza Tahrir. Ci sono diversi feriti ed un morto. Secondo la testimonianza di un reporter: Amr Osama, i poliziotti, mentre lanciavano i lacrimogeni sulla folla, gridavano: “Dovete morire tutti”. La risposta dei dimostranti non è tardata ad arrivare con un massiccio lancio di sassi.

29 Giugno, Piazza Tahrir.
Arrivo, in realtà, impreparata a quello che avrei dovuto fronteggiare, ma me ne sarei accorta troppo tardi. Non so perché fossi stata così incosciente. In Palestina mi ero già ritrovata in diverse manifestazioni che potenzialmente avrebbero potuto prendere una brutta piega, per questa ragione sapevo come attrezzarmi. Quel giorno, forse sottovalutando la situazione, mi ritrovai in piazza con i sandali ai piedi, non delle scarpe da ginnastica; degli strettissimi jeans, non dei pantaloni comodi e neanche una cipolla in caso di lancio di lacrimogeni.
Di fronte a me, dei giovanissimi ragazzi stanno trascinando delle transenne contribuendo alla creazione della barricata che avrebbe bloccato l’accesso di Sharia3 Mohamad Mahmoud, dietro di loro, imponente, la famosa M di Mac Donald. Un’immagine raccapricciante, di una lungimiranza fredda e tagliante: l’inevitabile influenza americana nella politica egiziana. Nonostante i consigli di non avanzare, procedo seguita da un volontario deciso a non lasciarmi andare da sola: Khaled. Mentre ci avviciniamo ai fuochi appiccati in strada il fitto fumo nero copre il cielo e con esso la visuale. Si respira a malapena, uso il mio scialle tuareg per coprirmi la bocca. Lo scenario è surreale.
Inizio a fotografare all’impazzata arrivando a fronteggiare la schiera di poliziotti in tenuta antisommossa davanti al Wazara al dakhalyya, il Ministero degli Interni. Concentrata sul mio ruolo di fotoreporter improvvisato vengo interrotta da un uomo ben vestito. Si avvicina presentandosi come giornalista ed immediatamente comincia a subissarmi di domande precise terminando con l’insolita richiesta di mostrargli il passaporto. Si trattava di un poliziotto in borghese. Al mio ennesimo rifiuto, mi accusa d’essere una spia attirando l’attenzione della gente circostante la quale, sospettosa, mi circonda. Khaled cerca di calmare le acque garantendo che sono italiana e non israeliana, ma quando la psicosi prende il galoppo e’ contagiosa, non permette di ragionare lucidamente. Ad un certo punto incrocio lo sguardo del poliziotto in borghese il quale, sfoderando un sorriso bastardo sussurra:”Vattene, tra poco inizieranno a sparare”. Non fece in tempo a terminare la frase che udii il fischio dei lacrimogeni silurati in aria, la bolgia umana impaurita spintona nel tentativo di dileguarsi, una mano mi afferra, mi volto, una ragazza mai vista prima d’allora urla: “Seguimi e corri!”. Mano nella mano corriamo, incoraggiandoci a non mollare, a correre più veloce. I sandali scivolano sui sassi lanciati il giorno prima e sparsi per terra, gli occhi mi lacrimano, la gola brucia. Giriamo l’angolo in una via perpendicolare, non sappiamo esattamente dove siano i poliziotti, tremiamo dalla troppa adrenalina. A pochi metri da noi una nube bianca, densa e minacciosa dalla quale provengono grida, ci fa intravedere solo delle ombre che si sovrappongono, due delle quali risultano essere Khaled e il fratello della ragazza. Per fortuna stanno entrambi bene. Ci dirigiamo verso Tahrir, dove c’è più gente di prima ma la situazione e’ stabile. Poco dopo scopriamo che sono state sparate anche pallottole di gomma e molti giornalisti/blogger furono arrestati. Iniziano a palesarsi i primi feriti portati in piazza per essere soccorsi.

Chiamo Sam. Quella mattina era andato a richiedere i fogli per entrare a Gaza, ma la sera prima ci eravamo dati appuntamento proprio lì, in piazza, ed avevo paura che fosse stato coinvolto anche lui negli scontri. In realtà era ancora in ufficio, ma appena gli racconto l’accaduto si fionda a Tahrir, si assicura che stia bene e da bravo giornalista si mette alla ricerca di testimonianze. Riemerge dalla folla, poco dopo, stravolto. Alcuni dimostranti non avevano apprezzato il fatto che fosse americano.
Sfinita esprimo il desiderio di tornare a casa. Passiamo affianco al Museo Egizio, mentre un gruppo di turisti scendono da un pullman megagalattico. Calzoncini corti, gambe ben in vista, costumi da bagno. Mi guardo indietro mentre la piazza e’ ancora in subbuglio. Il contrasto è talmente forte che il tutto mi sembra una brutta allucinazione da trip andato male.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s