Citadel – City of the dead

La città dei morti

La città dei morti è senza dubbio il mio quartiere preferito. L’avevo scoperto per caso, un pomeriggio afoso in cui, armata di pazienza e buona volontà, avevo sfidato il traffico cairota per arrivare alla Cittadella…in orario di chiusura. Questi sono i momenti in cui maledico la mia avversione per le guide turistiche. Dispiaciuta per la giornata persa, m’incamminai verso la stazione dei minibus costeggiando palazzine irregolari e decadenti che però conservavano uno spirito vivace espresso dai coloratissimi panni stesi, da contagiose risate di bambini e dal chiacchiericcio di giovani donne tra un balcone ed un altro. In sottofondo, il perenne ed incessante suono dei clacson, Non un semplice strombazzamento fine a se stesso. No! Un vero e proprio codice stradale.
Non so se sia una leggenda metropolitana, di quelle che nascono da piccole verità e poi, da bocca a bocca, da particolare a particolare diventano realtà certe che nessuno osa mettere in discussione, ma al Cairo si racconta che c’e’ stato un anno (indefinito) in cui l’uso del clacson era stato messo al bando per il quieto vivere di tutti. I risultati furono disastrosi. Senza vigili urbani (la cui presenza, per esperienza personale, crea più confusione che ordine) e semafori, la città era completamente allo sbando registrando il tasso annuo?Macché, mensile! D’incidenti più alti della storia. Il provvedimento fu ritirato immediatamente legalizzando il libero strombazzamento. Mi è capitato diverse volte di imbattermi in cartelloni stradali, ben nascosti, che vietassero l’inquinamento acustico e che suscitavano in me una certa perplessità; mi sono sempre chiesta se fossero i ruderi di quell’esperimento sociale mal riuscito.
Spesso e volentieri, sono i piccoli dettagli ad attirare la tua attenzione, non sai nemmeno tu come li abbia potuti notare nella moltitudine di stimoli in cui sei immersa, ma succede e basta. Ad un certo punto provi una specie di richiamo per cui ti giri e scorgi ciò che normalmente passerebbe inosservato, in questo caso, una cupola che sbuca da dietro ad un muretto. Incuriosita, invece di procedere per la moschea di Aisha e prendere il bus per Attaba, attraversai la strada, girai l’angolo e sgattaiolai per un vicolo che mi scaraventò in una dimensione parallela. Lontana dal caldo soffocante, l’aria irrespirabile dei tubi di scappamento e la frenesia delle strade cairote, fui letteralmente investita da un silenzio, direi, mortale nel momento in cui mi accorsi di trovarmi in un cimitero…abitato.
A mio parere, ciò che rende Al-Qahira così affascinante è la sua capacità di agglomerare opposti in grado di convivere l’uno accanto all’altro. Bastava salire sul qibra (ponte) Mohammad ‘Ali per rendersi conto che questo era lo spartiacque tra due mondi contrapposti: da un lato la schizofrenia della vita cittadina, e dall’altra la sacralità di una necropoli vivente (che binomio nel binomio!). Al-Qahira riuscì a spiazzarmi per l’ennesima volta.
Vivere con i morti, per molti può apparire macabro, ma io fin da subito lo trovai intrigante. Nella città dei morti non vi è divisione tra umano e sovrannaturale, si condivide la quotidianità con i proprio avi tant’e’ che il venerdì è tradizione pranzare sulle tombe di famiglie. Questo rapporto simbiotico è evidente anche dalla struttura delle tombe le quali presentano una o due stanze che permettono ai parenti dei defunti di vivere accanto ai propri cari. Ma chi altro vive in questa necropoli? Il boom demografico degli ultimi anni, il cattivo stato delle case costruite durante il periodo nasseriano nonché l’aumento degli affitti che non vanno a pari passo con l’aumento dei salari ha determinato, negli ultimi anni, un esodo della popolazione cairota verso la periferia. Processo che ha coinvolto anche questo quartiere dove alcune tombe furono occupate (garantendone la manutenzione) ed altre sono state assegnate con regolare procedimento. Con il passare del tempo si sono formati nuovi strati sociali per cui, oggi, oltre a becchini e custodi di sepolcri troviamo anche studenti, commercianti, impiegati ecc…Una città nella città, che risulta essere la dicianovesima slum più grande del mondo, ma il cui lato umano è indiscutibile .
La spiritualità del luogo è palpabile, mentre cammino per le viuzze strette, il mio respiro si distende e la vista si perde tra le diverse cupole dei mausolei mamelucchi. Incontro diverse famiglie, inizialmente tra le sorprese ed il sospettoso, ma tutte molto accoglienti. E’ impressionante come in queste situazioni un sorriso possa abbattare qualsiasi muro.
Tornai a casa dalle mie coinquiline entusiasta della mia scoperta. Le raccontai tutto, dell’esistenza di un cimitero abitato e di come n’avessi attraversato una parte incontrando persone meravigliose. M’interruppe Rebecca allarmata: “Mi vuoi dire che ti sei avventurata per la Città dei morti da sola?!Ma tu sei pazza!Non hai letto sulla guida turistica che è pericoloso?”
Mi ritorno’ in mente la chiacchierata con un nonnetto che mi offri’ un posto all’ombra dove sedermi, una dolce signora che mi invitò a casa sua a bere del shai bina3na3 e dei bambini con cui avevo condiviso la passione per gli aquiloni.

Sì, la mia avversione per le guide turistiche dopotutto e’ fondata.

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